Nel mese di febbraio 2004 Il Comune di Verona, Assessorato alla Cultura, Direzione Musei d'Arte e Monumenti, Lavori Edilizia Pubblica decidono di riaprire l'arca di Cangrande in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle province di Verona, Vicenza, Rovigo, con la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico del Veneto, con l'Università degli Studi di Verona, l'Università degli Studi di Pisa, la Curia di Verona, la Rettoria di Santa Maria Antica. La riapertura persegue principalmente due obiettivi:
- Ritornare a studiare uno dei monumenti più significativi di Verona
- Provvedere a conservare e valorizzare il patrimonio artistico civico legato all'epoca della signoria dei della Scala, ma anche cercare di dare una risposte alle domande rimaste inespresse nell'ultima ricognizione risalente al 1921
L'apertura dell'arca di Cangrande del 12 febbraio 2004 ha superato, di fatto, ogni aspettativa. Il corpo mummificato del signore è apparso nelle stesse condizioni in cui lo si poteva osservare nelle fotografie del 1921, con un supplemento inaspettato di reperti. Antonio Avena e i partecipanti alla ricognizione del 1921, colti evidentemente di sorpresa dalla salma del principe e dalla ricchezza del corredo, dovevano aver avvertito una certa inadeguatezza rispetto agli stessi strumenti conoscitivi del tempo (non era presente nemmeno un medico). La loro ricognizione fu, del resto, progettata per una breve durata e motivata, nemmeno troppo segretamente, dall'aspettativa romantica di trovare con lo scaligero il manoscritto del Paradiso di Dante. Si limitarono a prelevare i tessuti trovati accatastati sul fondo della cassa (forse a causa di una precedente e remotissima apertura) e la parti macroscopiche della spada, filtrando solo parzialmente questa loro scelta nelle relazioni ufficiali. Il 12 febbraio si è provato, quindi, stupore e soddisfazione di fronte a una deposizione ancora così articolata e ricca di materiali: altri frammenti di tessuto, l'imbottitura scompaginata dei cuscini funebri, resti metallici della spada o forse di un pugnale, un notevole quantitativo di piante aromatiche ed esornative. E soprattutto il corpo, meno imponente di quanto scritto nel 1921 (alto 1,71 e non 1,82) e ancora solidale con parte delle vesti usate per il funerale, a offrire quasi una stratigrafia sulle condizioni della deposizione originaria.
L'équipe multidisciplinare predisposta dagli organizzatori composta da anatomopatologi, paleopatologi, archeologi, antropologi, esperti di storia medievale e scaligera, storici dell'arte, esperti di tessuti e palinologi, radiologi, medici legali, biologi, accompagnata dagli operatori delle Soprintendenze, ha fortunatamente saputo operare al meglio, pronta a rilevare e campionare ogni più piccolo frammento visibile nella cassa.
Le spoglie di Cangrande della Scala sono state sottoposte con grande rispetto e con grande passione a tutte le analisi necessarie per indagare le cause della morte e per ricostruire quale fosse lo stato di salute generale del condottiero e il suo tenore di vita. Il processo di mummificazione è risultato naturale, forse agevolato (ma senza premeditazione) dalla fasciatura di bende molto stretta in cui era stato avvolto prima del funerale, che si valuta fosse imbevuta di balsami. I dati dei prelievi medici sono poi stati oggetto di approfondimento da parte del professor Gino Fornaciari dell'Università di Pisa, forte dell'aiuto delle analisi tossicologiche del professor Franco Tagliaro dell'Università di Verona e del responso della TAC e delle radiografie operate sotto la supervisione del dottor Giacomo Gortenuti.
Le primissime prudenti ipotesi si sono mosse intorno al riscontro di un fegato ammalato (forse cirrotico), mentre ha suscitato meraviglia la perfezione della dentatura del principe, giunto all'età di 38 anni senza una carie. Ma sono stati i risultati delle indagini tossicologiche che hanno aperto altri più problematici scenari sulla morte, troppo rapida e sospetta, del signore scaligero.
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